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Maestà di Ambrogio Lorenzetti

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Maestà del Lorenzetti.jpg

La Maestà di Ambrogio Lorenzetti

La Maestà è un dipinto a tempera e oro su tavola (208x163 cm) realizzato da Ambrogio Lorenzetti e conservato a Massa Marittima all'interno del Museo di arte sacra.

Storia Modifica

«Et a Massa, lavorando in compagnia d'altri una capella in fresco et una tavola a tempera, fece conoscere a coloro quanto egli di giudicio e d'ingegno nell'arte della pittura valesse»[1] afferma il Vasari nella vita di Ambrogio Lorenzetti, facendo specifico riferimento al suo lavoro a Massa Marittima. Anche Lorenzo Ghiberti, nei suoi Commentari, scrisse che Ambrogio Lorenzetti dipinse a Massa «una grande tavola e una cappella». Pur non essendo possibile risalire con sicurezza alla cappella in questione, certo è che la tavola dipinta dal Lorenzetti è da identificare nella maestosa rappresentazione della Madonna col Bambino in gloria tra angeli e santi oggi esposta al museo d'arte sacra.

La Maestà fu dipinta, anche se non è possibile asserirlo con sicurezza, come pala d'altare per la chiesa agostiniana di San Pietro all'Orto, avvalorato dalla presenza la presenza nell'opera di sant'Agostino (anche se taluni sostengono si tratti di san Regolo), nonché dei tre santi Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo, che siedono in posizione di onore alla destra della Madonna e ai quali la chiesa era intitolata. Si pensa poi che la tavola fu ospitata all'interno della cappella dei Priori del Palazzo Comunale,[2] per poi passare al convento di Sant'Agostino, dove finì accantonata in un magazzino in mezzo agli oggetti in disuso.

Nel 1867 tornò nuovamente alla luce grazie alla ricerca del professor Stefano Galli, in quegli anni dedito alla realizzazione di una vasta raccolta di oggetti d'arte da poter esporre al pubblico all'interno del primo Museo Civico di Massa Marittima, appena inaugurato. Il Galli collocò la tavola in un'ala del nuovo museo. Tuttavia, il dipinto versava in pessime condizioni: le cinque tavole che componevano l'opera erano staccate, l'umidità e i tarli avevano corroso il legno, la tempera era crepata. Il marchese Cagnola si offrì di far restaurare il quadro dal Cavenaghi, ma il Comune rifiutò, in quanto alcuni critici noti, tra i quali anche il celebre Adolfo Venturi, ritennero l'opera non meritevole. Tuttavia, pochi anni dopo l'Ispettorato d'Arte sottopose il problema al Ministero, il quale ne ordinò il restauro, che fu affidato al professor Tommaso Bandini.[3] La tavola, restaurata, fu collocata nell'ufficio del sindaco, quella che un tempo era la cappella dei Priori, nel Palazzo Comunale.[4]

Dal 2005 la Maestà del Lorenzetti è esposta nella terza sala del Museo di arte sacra di Massa Marittima.

Datazione Modifica

Non è possibile datare con sicurezza la Maestà di Ambrogio Lorenzetti. I critici d'arte si sono sempre divisi tra chi sosteneva che l'opera fosse da ricondurre al primo periodo della carriera dell'artista, in un periodo tra il 1280 e il 1290, e chi invece la collocava nel periodo delle grandi opere, quando il Lorenzetti fu chiamato ad affrescare il Palazzo Comunale di Siena. Questa seconda ipotesi, che collocherebbe la Maestà negli anni tra il 1335 e il 1340, è stata recentemente avvalorata e comunemente accettata dagli storici.[5]

I primi a riconoscere tale tavola come opera di Ambrogio Lorenzetti tanto da dedicarle saggi critici autorevoli furono Giovanni Cagnola,[6] Ernst Von Meyenburg[7] e Fred Mason Perkins.[8]

Analisi Modifica

Composizione Modifica

Al centro siede la Madonna in trono col Bambino in bracci, mentre ai lati dei gradini del trono sono presenti sei angeli, tre per parte, i quattro più in basso con strumenti musicali (un salterio, una citola e due vielle),[9] i primi due in alto con incensieri. Ai lati del trono stesso ci sono altri quattro angeli, due che lanciano fiori e due che reggono i cuscini del trono, realizzandone lo schienale con le proprie ali spiegate, idea che si ritrova anche nella Maestà della cappella di Sant'Agostino a Siena.[10]

In primo piano, ai piedi del trono, si trovano le personificazioni delle Virtù teologali, in una sorta di gerarchia dal basso verso l'altro, la Fede, la Speranza e la Carità, come indicato dalle iscrizioni sui gradini (FIDES, SPES e CARITAS). Numerosi sono i personaggi in piedi sulla sfondo: si tratta di profeti, santi e patriarchi. A sinistra, dietro i tre angeli inginocchiati, troviamo una fila di quattro santi riconoscibili (da sinistra verso destra) come santa Caterina d'Alessandria, san Francesco d'Assisi, san Nicola di Bari e san Basilio; mentre ancora più dietro, troviamo (da destra verso sinistra) san Giovanni evangelista, san Pietro, san Paolo e due sante non identificate. A destra, invece, troviamo (da sinistra verso destra) san Benedetto, sant'Antonio abate, sant'Agostino (o san Regolo?) e san Cerbone, santo patrono di Massa Marittima, al quale è dedicato il duomo, riconoscibile per le oche ai suoi piedi. Dietro troviamo (da sinistra verso destra) gli evangelisti Matteo, Marco e Luca, con due sante non identificate. Dietro ai santi dai volti visibili si intravedono le aureole di altre figure e sotto gli archi a sesto acuto sullo sfondo molte altre figure, riconducibili ad apostoli, profeti e patriarchi.

Simbologia Modifica

Come in altri dipinti di Ambrogio Lorenzetti, nella Madonna con il Bambino è sottolineato il rapporto umano tra madre e figlio, con la consueta presa energica del figlio da parte di Maria, con un contatto guancia a guancia, con una vicinanza delle rispettive labbra e uno scambio di sguardi ravvicinato tra le due figure. Inoltre, il grande sovraffollamento di personaggi, che si accalcano quasi uno sull'altro, sta a simboleggiare la presenza di tutti coloro che hanno fatto la storia della Chiesa all'evento della nascita di Gesù Cristo, caricandolo di una portata epocale.

Ai piedi del trono sono presenti le personificazioni delle tre virtù teologali la Fede, la Speranza e la Carità: la Fede è vestita di bianco e tiene in mano un dipinto con una rappresentazione della Trinità; la Speranza ha una veste verde e guarda in alto verso Dio, secondo il suo gesto più tipico, reggendo in mano un alto modellino di torre che simboleggia la Chiesa; la Carità infine si trova al centro ed è tipicamente vestita di rosso, reca nella mano sinistra il cuore ardente dell'amore divino e nella destra una freccia con cui sembra anche dirigere il concerto angelico. La loro disposizione segue un preciso schema allegorico: la Fede costruisce le fondamenta dell'edificio ecclesiale, e infatti siede sul gradino che forma la base del trono; la Speranza eleva la Chiesa fino al cielo, simboleggiata dalla pesante torre che regge, mentre la Carità concretizza l'atto della Chiesa e attraverso l’amore per Dio dà amore anche al prossimo. La veste trasparente e la bellezza con cui è raffigurata, il cuore-fiamma che regge con la mano sinistra e la freccia che regge con la mano destra sono attributi ereditati dall’arte classica, propri delle raffigurazioni di Venere.

La tipologia degli strumenti del concerto angelico, inoltre, tutti a corda, simboleggia la nobiltà e la purezza del suono.[11]

Stile Modifica

Intorno al 1335 si registra una transizione dello stile di Ambrogio Lorenzetti. Alle figure già volumetriche ben collocate nello spazio e rese già con un ottimo uso dei chiaroscuri, ma ancora forse un po' troppo statiche ed ingessate dei primi anni trenta del secolo, come si riscontra nel trittico di San Procolo del 1332 che si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze, si passa a figure con una postura più sciolta e naturale, anche laddove le figure non sono in movimento. Questo si riscontra per le tre virtù teologali sedute sui gradini del trono, per quelle degli angeli e per quella di san Francesco, mentre altre figure rimangono ancora statiche e irrigidite nella loro posizione. La coesistenza di queste due caratteristiche stilistiche nell'opera, che sarà persa definitivamente nelle opere senesi della seconda metà degli anni trenta e degli anni quaranta del secolo, indica la transizione in atto nello stile dell'artista in questi anni. Alcuni critici, come la Borsook,[12] ritengono che invece sia da ricondurre alla presenza di assistenti che lavorarono insieme al Lorenzetti, come d'altronde anche il Vasari stesso dice: «lavorando in compagnia d'altri».

Delicatissimi sono poi gli accordi cromatici, intonati a toni pastello perfettamente armonizzati nel preponderante oro dello sfondo e delle numerose aureole.

Note Modifica

  1. Giorgio Vasari, Ambruogio Lorenzetti, pittor sanese, in Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri, parte prima, edizione torrentiniana, 1550.
  2. Come teorizza il Gaye nei commentari alle Vite del Vasari editi da Le Monnier nel 1846.
  3. Enrico Lombardi, Massa Marittima e il suo territorio nella storia e nell'arte, Edizioni Cantagalli, Siena, 1985, pp. 306-307.
  4. Luigi Petrocchi, Massa Marittima. Arte e storia, Venturi, Firenze, 1900, p. 84.
  5. Diana Norman, An altarpiece by Ambrogio Lorenzetti, in Zeitschrift for Kunstgeschicte, 1995.
  6. Giovanni Cagnola, Di un quadro poco noto del Lorenzetti, Rassegna d'arte 2, 1902.
  7. Ernst Von Meyenburg, Ambrogio Lorenzetti, 1903.
  8. F. M. Perkins, Di alcune opere poco note di Ambrogio Lorenzetti, Rassegna d'arte 4, 1904.
  9. Luca Seravalle, Angelicus Concentus. Gli strumenti musicali nei dipinti di area senese e grossetana dei secoli XIII – XVII, Edizioni Biblioteca Chelliana, Grosseto, 2006, p. 144.
  10. Enzo Carli, L'arte a Massa Marittima, Siena, 1976, p. 61.
  11. Interessante per un'analisi simbolica degli strumenti il saggio di Galgani dal titolo Gli strumenti musicali nella Maestà di Ambrogio Lorenzetti a Massa Marittima.
  12. Eva Borsook, Ambrogio Lorenzetti, Firenze, 1966.

Bibliografia Modifica

  • Enzo Carli, L'arte a Massa Marittima, Siena, 1976.
  • Chiara Frugoni, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Le Lettere, Firenze 2010.
  • Fabio Galgani, Gli strumenti musicali nella Maestà di Ambrogio Lorenzetti a Massa Marittima. Analisi storica e ricostruzione, I Quaderni del Centro Studi n. 8, Centro Studi Storici "A. Gabrielli", Massa Marittima, 2000.
  • Enrico Lombardi, Massa Marittima e il suo territorio nella storia e nell'arte, Edizioni Cantagalli, Siena, 1985.
  • Carlo Niccolini, Massa di Maremma, C.E.S.I., Roma, 1992.
  • Luigi Petrocchi, Massa Marittima. Arte e storia, Arturo Venturi, Firenze, 1900.
  • Bruno Santi, "Massa Marittima", in Guida storico-artistica alla Maremma. Itinerari culturali nella provincia di Grosseto, Nuova Immagine, Siena, 1995.

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